Questa è la cronaca della mia scalata sul Mont Ventoux avvenuta il 4 agosto 2000

Mont Ventoux

Il percorso che mi ha portato sul Mont Ventoux non è molto diverso da quello percorso, qualche secolo più indietro, dal mio compaesano Francesco Petrarca. Francesco che soggiornava in prossimità di Valchiusa "chiari fresche dolci acque ecc. ecc" volle fare un'escursione su questo monte e da buon Valdarnese decise di non chiamarlo con il nome di battesimo, ma gli affibiò un soprannome "monte pelaco" (la c è da pronunciarsi aspiratissima) o maniera più erudita "monte calvo". Qualche secolo più tardi hanno pensato i ciclisti a rendergli omaggio e gloria, i più grandi sono passati tutti da qua: Coppi, Bobet, Merckx, Hinault, Pantani, Armstrong e tanti altri. Oggi è stato è stato il mio turno.
La scalata è lunga all'incirca 15 chilometri, ed ha una costante: la pendenza, che non cambia mai neanche per un metro, che va su sale sempre, chi scende, scende. Nel suo complesso si può idealmente dividere in due parti di lunghezza pressoché identica, la prima parte è quella con la strada protetta dagli altri monti, la seconda parte è quella dove il Ventoux inizia a svettare sugli altri monti. Nei primi 9 chilometri la pendenza non è proibitiva, ci sono solo 2 strappi veramente duri, ai lati della strada ci sono anche delle piazzole con panchine e dei cartelloni che spiegano la vegetazione presente da questeparti, fermarsi a leggere, che può essere anche un modo per trovare un parziale refrigerio, però non è una buona idea.
Mancano circa 7 chilometri quando il Ventoux termina di superare in altezza gli altri monti, da questo punto in poi non c'è più nessuna protezione, ci sono io, ci sono i sassi e soprattutto c'è il vento che soffia impetuosissimo e impedisce ad ogni forma di verde di crescere. D'ora innanzi non c'è più un albero, e di conseguenza fine delle piazzole rigeneranti.


Intanto continuo ad incrociare ciclisti che hanno già compiuto lo sforzo, nei loro occhi leggo la soddisfazione per quello che hanno fatto e l'incoraggiamento nei miei confronti.


A 5 kilometri dalla vetta arriva un'altra compagna: la nebbia. Poco più in alto raggiungo un altro compagno d'avventura che è oramai fermo, nei suoi occhi invece vedo solo fatica e sconforto. Io, che da tempo ho esaurito le mie scorte d'acqua, per recuperare un po' di forza mi metto in bocca 3 caramelle all'anice dell'abbazia di Flavigny (la caramelle all'anice più buone del mondo).
Il vento è assolutamente insopportabile, fermarsi è ogni volta un mezzo suicidio, né contribuisce a darmi conforto il panorama, che di fatto non esiste, c'è solo la nebbia intorno a me. Vicino alla vetta ci sono 2 steli. Una è dedicata a Tony Simpson, sotto a questa ci sono come forma di omaggio, vecchi tubolari, borracce, ruote rotte e anche dei fiori. L'altra è del vélo-club di Bruges ed è dedicata a tutti coloro che hanno compiuto la scalata.
In cima ai 1924 metri di altitudine la visibilità è di circa 7-8 metri, il vento allucinante e la temperatura è sicuramente sotto i 5 gradi, in una situazione del genere è impossibile godere di ogni vista panoramica.
Raccolgo qualche sasso del Ventoux e riparto, mentre scendo vedo il ciclista in panne che è a circa 700 metri dalla vetta, sta annuendo e in mezzo alla sua maschera di fatica vedo la gioia per un'altra impresa che sta per essere compiuta. Plano con calma, il giorno dopo mi aspetta Tourmalet.


Ciao,
Franco che va in vélo

di Franco Bellacci. abita nel valdarno, ad Incisa Valdarno vicino a Figline Valdarno, paese che si trova fra Firenze, Siena ed Arezzo