Quattro anni fa si chiamò “basta che non sia bianconero”, il racconto del campionato dal mio personale punto di vista. Quest’anno bianconero non dovrebbe essere e se lo sarà non sarà lo stesso bianconero. Le regole sono sempre le stesse finchè è un piacere va avanti, se diventa un peso si smette. Quattro anni fa si chiuse con il girone d’andata il Torino fece il suo peggior campionato di A di sempre.
Prima era tutto più semplice. L’ultima domenica di settembre finiva l’ora legale, pochi giorni dopo, il 1° ottobre iniziava la scuola e la domenica successiva il campionato di calcio. Il vero capodanno.
Poi è cambiato tutto, l’ora legale termina a fine ottobre, abbiamo smesso di andare e scuola (da un pezzo) e l’inizio del campionato è stato anticpiato fra la fine di agosto e l’inizio di settembre. Un inizio con data variabile, un po’ come nel capodanno cinese, comunque sia è l’ultimo riferimento.
Il capodanno e poi quest’anno in A c’è anche il Toro, dopo 3 anni di assenza e un fallimento, più che un capodanno una rinascita.
Il capodanno, la rinascita e un ritorno. Quest’anno infatti si torna al vecchio stadio, dopo 16 anni si torna a quello che un tempo si chiamava Comunale e oggi si chiama Olimpico, fra un po’, forse, si chiamerà “Grande Torino”, un nome stupendo anche se basta visitarlo una volta per dire che l’aggettivo grande a quello stadio non è quello che gli sta meglio.
Io l’ho visitato insieme a Jest, il giorno dopo la finale dei playoff, per entrare avevamo concordato una fine strategia, nel caso qualcuno ci avesse fermato per chiedere cosa stavamo facendo, avremmo detto che eravamo o tecnici del Comune, o ispettori Fifa, o agenti Uefa, o quelli del prato oppure tecnici delle luci. Una strategia inutile, perché nessuno ci fermò. Prima entrammo in una sorta di ambulatorio poi, finalmente, trovammo la strada delle tribuna e raggiungemmo quella che un tempo si chiamava “curva Filadelfia” quella dei gobbi. Piccolo sì, senza prato allora, ma era sempre il luogo dove avevano giocato Meroni, Ferrini, Pulici, era il posto dove in 220 secondi si segnò tre gol ai campioni juventini. Insomma un posto così non ti viene naturale criticarlo e siccome qualche critica la facemmo probabilmente c’era qualcosa che non andava.
La prima giornata prevedeva Torino – Parma. Per quelli come me che hanno cominciato con il campionato a 16 squadre, il nome Parma non è di quelli che fanno paura, anche se oggi è la quinta squadra con la più lunga anzianità in serie A. E anche oggi è non fa paura, qualche anno fa sì, quando il nome Parmalat suscitava rispetto, non come oggi che suscita tenerezza a tutti meno che agli ex-azionisti.
Un po’ di paura a me la faceva il tecnico Pioli. In questi anni infatti, il Toro ha avuto tre bestie nere, oltre a Romero: come squadra il Piacenza, come giocatore Mascara, come allenatore Pioli. Una squadra, un allenatore un giocatore che trovavano sempre il modo di fregarci.
E anche domenica sembrava che le cose dovessero finire così . Una partita che il Toro sembrava in grado di vincere, che voleva vincere, ma che ha seriamente rischiato di perdere. Da un momento all’altro sembrava che stesse per arrivare il gol, sensazione giusta quella del gol per l’aria, soltanto a segnare sono stati gli altri. Per fortuna la squadra non si è persa d’animo ed è ripartita alla ricerca del gol, che finalmente è arrivato. Partite così mi sembrava di averne viste altre lo scorso anno con l’Arezzo, qualche anno indietro con il Venezia e l’Atalanta. Queste partite sono continuate così, il Toro dopo il gol si galvanizzava buttandondosi in avanti alla ricerca del gol vittoria è finiva sempre che segnavano sempre gli altri. Domenica per fortuna è successo che il nostro gol è arrivato troppo tardi per buttarsi tutti in avanti e prendere il secondo gol.
Il gol del Torno l’ha segnato Stellone, ma il protagonista è stato un altro, né il giapponese Oguro, né il campione del mondo Barone, ma Comotto il figliol prodigo. Comotto l’avevo lasciato al termine del campionato 2004-2005 nella semifinale di ritorno dei playoff, contro l’Ascoli, il Toro aveva appena segnato e lui invece di esultare, aveva pensato bene di prendere a sputi un calciatore dell’Ascoli. L’arbitro lo vide e lo espulse. La conseguente squalifica gli pregiudicò la possibilità di giocarsi la finale con il Perugia, poi il successivo fallimento lo aveva sciolto del vincolo con la società. Quando si trovò a scegliere dove andare scelse proprio l’Ascoli. E lì lo scorso campionato è migliorato tanto. Domenica è stato il migliore.