il Tour più brutto della nostra vita
by Franco BellacciUna delle cose che mi piacerebbe fare in futuro, è c’è quella di seguire il Tour dal vivo, tappa dopo tappa. Chissà se riuscirò mai a farlo, e nel caso non ci riesca, c’è da chiedersi se dipenderà da me, oppure dal fatto che non ci sarà più né il Tour né il ciclismo.
E’ una risposta che sapremo a breve, la questione doping infatti ha raggiunto un punto di non ritorno, o il ciclismo vince oppure muore. Il doping nello sport è sempre esistito, e uno degli sport dove dottori e farmacisti disonesti hanno avuto più da fare è stato il ciclismo.
Per risolvere la questione, il ciclismo si è dato le regole più dure: la più alta percentuale di controlli nel post-gara e i controlli a sorpresa che, se non sbaglio, non esistono in altri sport. Non solo, siccome le pratiche scorrette possono portare benefici anche nella preparazione, i ciclisti hanno l’obbligo di comunicare dove si allenano, di fatto una sorta di reperibilità 365 giorni l’anno, perchè ogni giorno il ciclista professionista può sentire suonare alla porta per un controllo. Anche queste misure non hanno uguali in nessun altro sport.
Misure serie e rigorose, che però non sono non hanno dati benefici evidenti, ma paradossalmente
hanno minato ancora di più la credibilità di questo sport. La squalifica di Rassmunsen infatti è dipesa da queste regole, da una bugia, che ha seguito la mancata comunicazione di due luoghi di allenamento. La bugia è consistita in questo, ha detto che in un certo periodo era ad allenarsi in Messico, mentre Cassani, ex ciclista ora commentatore tv ha dichiarato di averlo visto allenarsi in Italia. Per questo la maglia gialla del Tour a 4 giorni dalla fine è stato squalificata, non per una positività ai controlli, ma per una bugia.
Nessuno quindi può sostenere che il ciclismo non voglia ripulirsi, pensate a cosa è dovuto succedere nel calcio perché venissero prese misure disciplinari contro gli inganni. Sono servite le voci delle persone che ordivano le truffe.
Raccontata così più che di lotta al doping, sembra una caccia alle streghe, in realtà si tratta di misure che testimoniano la volontà di uscire da un tunnel che rischia di uccidere il ciclismo.
Non so se questo sarà sufficiente, probabilmente no, se non si recupera un po’ di etica, se le regole non coinvolgono dirigenti, medici e farmacisti. Onestà e passione per salvare questo sport. Sull’onestà ho dei dubbi, sulla passione dei tifosi invece no, anche quest’anno con il caos al massimo le strade di Francia erano colme di persone entusiaste, perché il ciclismo ha una magia che non ha uguali negli altri sport.

Credo che certe emozioni possa darle solo il ciclismo, e questo spiega perché continua ad essere uno sport amato nonostante quello che è accaduto in questi anni. Ieri Bettini non ha solo vinto il la centesima edizione del Giro di Lombardia (per i non avvezzi alle questioni ciclistiche, il Giro di Lombardia è una corsa molto, molto importante), ha mostrato la grandezza che può avere un uomo di fronte alle difficoltà. In 20 giorni ha vinto il mondiale, ha perso tragicamente suo fratello, ha deciso di smettere e poi di continuare perché gli hanno spiegato “tuo fratello, vorrebbe questo”. Quindi la vittoria di ieri, netta e totale. Fuoriclasse fino a 100 metri dall’arrivo, poi l’uomo e fratello.
Charly Gaul era il suo nome anagrafico, l’angelo della montagna il nome che gli fu dato per la sua capacità di scalare le montagne. Uno dei più grandi grimpeur del secolo scorso, che nella Trento – Bondone del Giro del ’56 ha realizzato una delle imprese che hanno reso leggendario il ciclismo. Alla partenza di quella tappa aveva 23 corridori avanti in classifica, 17 minuti da recuperare alla maglia rosa e 3 colli da scalare. Quel giorno avrebbe trovato la pioggia incessante nei primi due colli e il tradimento dei freni che lo avrebbero abbandonato alla prima discesa. All’inizio del terzo colle la temperatura crolla ed arriva a meno 10, la pioggia si trasforma in una tempesta di neve. C’è chi sviene, molti si ritirano, in 60 abbandoneranno il Giro quel giorno. Chi decide di andare avanti lo farà utilizzando ogni sorta d’aiuto, più o meno legale. Quel giorno però la giuria mostrò comprensione per tutti. A parte Gaul che fece corsa a sé, lui scalando la montagna con le sue gambe.
Ieri, Mickael Rasmussen, ciclista danese, una bella sorpresa del Tour, quando ha iniziato la sua sfida contro il tempo, addosso aveva la maglia più appariscente, quella a pois, e in testa un obiettivo. Il suo obiettivo era di salire sul podio i giorno seguente sui Campi Elisi, per raggiungerlo doveva difendere i 2 minuti e 12 secondi di vantaggio su Ullrich. In 55 chilometri gli è successo questo: – è scivolato mentre faceva un rotonda; – ha cambiato 3 volte bici, perché le bici che gli davano avevano più problemi meccanici di una Ferrari; – ha preso male una curva in discesa, e quindi è ruzzolato con capriola, atterrando su un prato; – ha rischiato di cadere una terza volta.
92° Tour, 21 tappe, 2 cronometro individuali, 1 crono a squadre (orribile), 3 tappe di vera montagna, il 2° Tour senza France2 (ex Antenne2).











