Al netto delle due volte che nell’inverno del 1988 quando sono stato allo Space Electronics in Via Palazzuolo, venerdì sera è stata la prima volta che a Firenze, la lingua inglese era di gran lunga la più parlata. Considerando anche la scarsa propensione dei fiorentini a imparare le lingue, vuol dire che gli italiani erano in minoranza.
Detto anche che alla fine del concerto mi sono comprato una maglietta di colore che sul momento sembrava avana, ma alla luce gel giorno è colore “ero bianca, ma sono stata messa in lavatrice con dei capi blu che a 60° non tenevano il colore”, devo dire che raccontare un concerto dei Sigur Ros è proprio difficile.
Per questo non lo farò. Invece parlerò del pubblico, che mi è molto più facile, sopratutto di qualcuno che avevo vicino, anzi invece che parlare di lui, parlerò a lui, come se potessi ascoltarmi.
Caro vicino di concerto, in genere l’ascolto della musica è attività che non richiede pensiero, questo diventa particolarmente vero, quando la musica che si ascolta presenta un qualche carattere di complessità, come i appunto quella dei Sigur Ros vale quando la musica è particolare, tipo quella dei Sigur Ros: bisogna un po’ lasciarsi andare, non pensare e farsi ipnotizzare.
Il problema è che diventa molto difficile non solo per te, ma per tutti quelli che hai vicino se invii un sms ogni 5 minuti e ogni 2 minuti controlli se ci sono risposte (non ci sono, perchè sei una brutta persona), oppure devi bere ogni 3 minuti. Ma cosa hai mangiato aringhe all’origano con il contorno di capperi sotto sale? sei hai mangiato questo, perchè ogni volta rimetti la bottiglia in fondo alla borsa? E poi perché in quei rari istanti in cui non mandi sms, controlli invano la presenza di risposte e non bevi, non ti dai pace? E invece no. Scatti decine di foto con il cellulare. Io non ho nulla contro i fotografi e la passione della fotografia, ma ormai ti dovrebbe essere chiaro a tutti che le foto ai concerti vengono tutte uguali: mosse e buie, quindi dopo un paio potresti anche smettere e seguire sul concerto. Oppure banalmente potresti riposarti o meglio ancora stare a casa. Io non so se saresti stato meglio, posso dirti per certo che una persona sarebbe stata sicuramente meglio: io.

Il concerto comunque è stato veramente notevole, questi sono i due minuti finali, ripresi senza maltrattare e/o infastidire nessuno:

mortadella e melone

by Franco Bellacci

Ieri mattina alla cooperativa di consumo, la coop insomma, al banco degli alimentari, una signora di mezza età chiede :
– “due etti di melone”
sguardo perplesso della commessa, uno, due secondi, poi la risposta:
- “signora, lo trova intero al reparto frutta”
Risposta che fa spostare la perplessità dagli occhi della commessa a quelli della signora, che ovviamente pensa “ma cosa mi dice questa, vorrebbe dirmi che il melone lo trovo insieme alle pesche e le albicocche, non l’ha visto che ce l’ha dietro”.
L’impasse viene superato grazie all’intervento di una voce esperta:
– “la mortadella, vuole la mortadella!”

Alla perplessità della ragazza e al disorientamento della signora, aggiungo la mia indignazione, non contro la giovane ragazza, magari assunta solo per il periodo estivo, ma contro chi l’ha formata in modo evidentemente inadeguato. Se devi mettere una persona dietro il banco degli alimentari non è sufficiente spiegargli come si affetta il prosciutto, è necessario spiegargli il nome delle cose che deve vendere.

In tutto questo, va detto che il vohabolario del vernacolo fiorentino aiuta solo a metà spiegando che quella cosa che nel resto d’Italia si chiama melone, qua si chiama popone. Ma non dice che quella cosa che qua si chiama melone è appunto la mortadella.