Giovedì scorso nonostante tutti gli indicatori (ad eccezione di quello della temperatura che indicava un piratesco 37,0) e la logica invitassero a fare il contrario, sono tornato al lavoro. Del resto, anche gli argomenti che mi invitavano ad alzarmi dal letto erano comunque importanti: Brunetta, ad esempio, da quando aveva annunciato il suo manifesto, io di fatto non ero più andato al lavoro, e io non volevo che prendesse le mie assenze come una cosa personale.
C’era poi anche un’altra cosa, giovedì nel tardo pomeriggio, alla Feltrinelli, veniva presentato il libro Gli interessi in comune di Vanni Santoni (altresì noto come Sarmizegetusa), che non parla come qualcuno potrebbe credere di una lobby che lavora all’interno di un’amministrazione locale, ma racconta l’epopea di un gruppo di ragazzi valdarnesi, per lo più figlinesi.
Ebbene quando sono arrivato, insieme alle mie domande da porre all’autore, mi sono portato una situazione clinica decisamente peggiorata, rispetto alla mattina. La presentazione era in corso, ma io non ho potuto fare altro, che prendermi il libro, rinunciare alle domande e alla dedica e andare verso casa.
Ora sono circa a metà del libro, ed mi trovo in una di quelle situazioni in cui da un lato vuoi correre nella lettura, dall’altro non vuoi bruciarti qualcosa che ti sta piacendo con una lettura superficiale. Insomma, è una storia che prende. Non nascondo che un po’ potrebbe essere l’effetto Valdarno a rendermelo particolarmente gradevole. Non credo però sia solo questo, il punto è che la vita di questi giovanotti, nei dodici anni circa di storia che attraversa la storia è raccontata proprio bene.
Insomma per farla breve, se siete figlinesi o valdarnesi, non fatevelo sfuggire, se Figline e il Valdarno in genere non sapete neanche dov’è, è uguale, leggetelo lo stesso, perché raramente capita di leggere qualcosa di scritto così bene sui giovani, e quando capita questi si chiamano Jack, Sam o Charlie.


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5 Commenti

  1. Io l’ho preso, e letto con attenzione. Ma davvero non vedo nulla di nuovo. Anzi.
    E’ una sequenza – ben scritta – di sballo. Ma manca la carne viva, manca l’anima.
    Insomma, pare che un giovanotto per bene, tanto per bene, si sia improvvisato ragazzaccio “cattivo” per raccontare qualcosa di estraneo a lui stesso.

    Parere: insufficiente.

    #1 giorgio
  2. Al contrario io l’ho trovato straziante: troppe emozioni, troppa l’anima, a tratti dovevo alternarlo con qualcosa di più leggero, pensa te.
    Ha contribuito all’acquisto proprio il deserto di libri generazionali validi che vedevo intorno.

    #2 ulia
  3. Beh, nel deserto di cui parla Ulia io un bel libro il mese scorso l’ho trovato: si chiama “Tapinambour”, di ezio dadone (altromondoeditore.com).
    Me l’hanno consigliato in un blog alcuni ragzzi di Torino e devo ammettere che ci avevano visto giusto.

    #3 manuela
  4. Ulia parla di libri generazionali. Descrivere le novelle giovani generazioni é tentativo furbetto più che necessario….farne del realismo lisergico poi: canzonature? Viviamo in un piccolo paese e qualcuno con gli occhialoni diceva che questo comporta una fregatura in partenza. L’autore é almeno onesto a non esagerare(ho letto ogni riga con il timore che qualcosa scadesse nel fin troppo teneramente patetico).Le droghe non si trattano a questo modo!Bellissimo titolo però....terribile il volantino all’inizio.

    #4 jok
  5. La cosa piu figa sono i riferimenti all´alchimia e alla magia nascosti nel testo. Grandissima scrittura, in realtá mi pare che il voler “descrivere una generazione” é piú un´idea dell´editore che dell´autore, la quarta di copertina mi é parsa fuorviante rispetto a come é poi il testo….

    #5 ernie bulchera

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