zacchete IV
by Franco Bellacci- Published:Settembre 27th, 2006
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E’ come quando estrai l’auricolare dalla tasca dei pantaloni, che è un po’ appallottolato, tiri le estremità e in quel momento ti rendi che il filo non è abbastanza lungo per tenere la cuffia all’orecchio e il telefono ad un’altezza tale da non anchilosarti il braccio. Allora pensi che l’unica soluzione è quella di sciogliere i nodi, perché i tentativi di risolvere la situazione tirando i fili, in realtà l’hanno solo complicata. Con calma e metodo inizi a sciogliere i nodi, anche se all’inizio per ogni nodo sciolto, sembra che ne compaiano tre.
La vicenda Telecom, forse per assonanza, mi sembra più o meno uguale, uno prova a venire a capo di una questione e ne compare subito un’altra, che rimanda ad un’altra e così via, ci si perde senza capire nulla. Una situazione ideale per chi deve rimestare nel torbido.
Prendiamo il caso di De Santis, l’ex arbitro di calcio. Qualche giorno fa, ha denunciato di essere stato pedinato, una vicenda che lo ha “schifato”. Far pedinare le persone e in generale investigare su di loro non è certo una bella cosa, però se questo è servito a schifare” De Santis, almeno è servito a fargli sentire quello che settimanalmente provavano milioni di tifosi a vedere le sue performances arbitrali.
In tutto questo però vorrei capire una cosa, cosa c’entra tutto questo con le partite? In realtà lo so bene, in tutto questo caos dove le proprie ragioni ognuno se le fa a forza di apparizioni tv, articoli sulla stampa, rinfacciando le colpe altrui, il caos serve a creare quella zona vasta di grigio totale, dove tutto e tutti sembrano uguali. Per questo è fondamentale la memoria, che non servirà a salvare il sistema, ma almeno serve a capire che c’è chi vuole prenderti per il culo.
E io per fortuna, mi ricordo. Ricordo cosa succedeva in campo. Cosa sono stati gli ultimi anni nei campi di calcio. Oggi sembra tutto dimenticato, ma c’erano calciatori che godevano di totale immunità, metri completamente diversi, a seconda del colore delle maglie per cartellini gialli, rossi, rigori e punizioni.
Oggi tutto questo sembra dimenticato.
Anche perché a me sembra che questo non accada più, sicuramente non accade più con l’indecenza degli ultimi anni.
Se il campo però oggi sembra un mondo ripulito, sul resto non ci scommetterei. Le logiche su cui è stato strutturato il sistema di calciopoli sono per buona parte ancora in piedi: i diritti tv soggettivi, la demonizzazione dei tifosi, la mancanza di autorevolezza dei vertici, al di là del neocommissario FIGC che non conosco, media che per un grammo di share intervisterebbero anche Lucifero. Tanta roba per sperare in una svolta etica.
Intanto però il campionato va avanti. Il Toro ha pareggiato a Reggio Calabria. Senza voler tirare fuori la solita parafrasi di Armstrong (l’astronauta), pare che sia andata proprio così, almeno a sentire i calciatori, che però hanno avuto la bontà di dirlo a fine partita, a risultato raggiunto. Una sconfitta, a sentire loro, avrebbe avuto esiti drammatici.
Io, nei dieci minuti in cui la squadra era sotto di un gol, evidentemente ignaro degli effetti della sconfitta, mentre con un occhio guardavo i mondiali di ciclismo e con l’altro la partita, cercavo di trovare dei risvolti positivi e come al solito dovevo inventarmi delle balle.
Come dopo la sconfitta di Udine: è bene perdere – mi ero detto – dopo gli ultimi 4 mesi quando è successo tutto il desiderabile, è bene riprendere un contatto con la realtà. Anche se la realtà delle sconfitte la conosco benissimo.
Dopo la sconfitta con il Siena, mi ero affidato ai ricorsi: lo scorso anno la prima sconfitta interna fu ad opera di una squadra toscana, fu l’unica e fu il momento in cui il Toro prese la ricorsa per un finale trionfale. Domenica, forse per la distrazione del ciclismo, non mi veniva in mente niente.
Poi per fortuna ha segnato Comotto e il problema si è risolto da solo.
Domenica, anzi sabato, arriva la Lazio direi che è giunto il momento della prima vittoria, non è più il momento dei regali.













