by Franco Bellacci

In Febbre a 90°, il film, c’è una scena stupenda, mentre in sottofondo si sente Baba O’Riley degli Who, il bambino per la prima volta entra in uno stadio, sale le scale, vede il prato, la marea umana dei tifosi, e nei suoi occhi, gli spettatori possono leggere la meraviglia per aver scoperto qualcosa di bello. E’ la stessa scena che hanno vissuto tutti i tifosi quando per la prima volta hanno varcato la soglia di uno stadio: il prato verde nel mezzo, i tifosi con le loro teste, sciarpe, voci, cori, occhi, cuori e una partita da giocare.
E in piccolo è la stessa scena che si ripete ogni volta che un tifoso entra in uno stadio.
Sono andato allo stadio per anni e voglio continuare a farlo.
Voglio continuare a farlo pensando che la partita è vera, che il risultato dipende dalla squadra, dai giocatori, dal calore del tifo e certamente anche dalle mie scaramanzie, che fino a che non tradiscono vanno sempre ripetute.
E anche se le leggi per sapere quando volte vado allo stadio le hanno fatte per me, come pure sono io ad essere perquisito ogni volta che sto per entrare (che se perquisivano qualcun altro, forse questo schifo oltre che intuito veniva anche scoperto un po’ prima), io non ho truffato nessuno, ne ho sbagliato. Perché provare emozioni, soffrire per dei colori, terrorizzarsi per una palla che ci sembra pericolosa (cioè tutte le volte che supera la metà campo) non è una colpa, è solo qualcosa di molto infantile: è quella voglia di riassaporare la meraviglia della prima volta.

La soluzione c’è, ed è anche semplice, punire tutti i colpevoli senza esitazioni: dirigenti, arbitri, giocatori e squadre.

Fra pochi minuti si parte, non si sa se sarà la partita per entrare in Champions oppure l’arrivederci alla Serie A. Comunque sia sarà una cosa diversa di come ce l’aspettavamo.


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